MOVIMENTI DI MASSA, ORGANIZZAZIONI DI CLASSE E IPOTESI IN CAMPO NELLA COSTRUZIONE DEL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO
Relazione
di
Luciano Vasapollo
In
questi ultimi anni abbiamo, tra le altre cose, rilanciato l’iniziativa
politica anche sul piano teorico e dell’analisi delle trasformazioni
capitaliste. Abbiamo analizzato la globalizzazione neoliberista come la nuova
fase di mondializzazione del capitalismo moderno che disegna nella competizione
globale il nuovo scenario dello sfruttamento attaccando e comprimendo i diritti
del lavoro, i salari diretti e indiretti, tentando così di sconfiggere
definitivamente il movimento operaio e di classe.
La competizione globale rincorrendo luoghi con costo del lavoro basso e senza
protezioni sociali e a basse garanzie sindacali, o anche favorendo lo spostamento
dei lavoratori provenienti soprattutto dai paesi dell’Est Europeo e
dall’Africa mediterranea verso il centro Europa e dal Messico e l’America
Latina verso gli Stati Uniti, ha evidenziato al concorrenza fra i diversi
mercati del lavoro e la geografia economico-produttiva della nuova divisione
internazionale del lavoro.
I paesi dell’America Latina, del Nord Africa, dell’Est Europeo
così come quelli del Sud-Est Asiatico dispongono di forza lavoro spesso
qualificata ma a costo molto basso; è così che con gli intensi
processi di delocalizzazione produttiva le multinazionali e le imprese dei
paesi centrali realizzano il reperimento di una manodopera all’estero
ricattabile e disponibile a costi inferiori, tentando così di rilanciare
quel processo di accumulazione in crisi ormai strutturale da oltre trenta
anni. Nei paesi della periferia e semiperiferia come in America Latina si
sviluppa la produzione prevalentemente e di carattere fordista, cioè
quella produzione di serie di carattere industriale ormai quasi dismessa dalle
metropoli imperialiste. Si realizzano al contempo quelle filiere produttive
internazionali che attraversano interi continenti e se rappresentano la nuova
frontiera dello sfruttamento capitalistico stabiliscono al contempo una relazione
diretta fra i lavoratori di tutto il mondo.
L’America Latina quindi, insieme alle altre aree periferiche e semiperiferiche
rappresenta un luogo privilegiato per la produzione fordista e per il rilancio
dell’accumulazione attraverso uno sfruttamento industriale e sfrenato
sperimentato negli anni ’50-’60 del secolo scorso nei paesi oggi
a capitalismo maturo, nei quali oggi si realizza la fase cosiddetta postfordista
e dell’accumulazione flessibile che convive però con i metodi
produttivi fordisti e schiavistici.
Ecco il perché della nostra attenzione tutta politica e senza alcun
approccio romantico o nostalgico alla realtà socio-politica dell’America
Latina che a causa della ristrutturazione neoliberista vede sempre più
allargare la forbice ricchezza-povertà. Il ruolo di semiperiferia economico-produttiva
assegnato all’America Latina ne fa un’area in cui più alto
e diretto è il conflitto di classe, nella centralità del conflitto
capitale-lavoro e nell’esplicitarsi concreto e selvaggio e senza mediazione
delle contraddizioni capitale-natura, capitale-scienza, capitale-democrazia,
capitale-diritti meglio con la negazione dello Stato di diritto attraverso
la brutale repressione dei movimenti di classe.
Con la rivista NUESTRA AMERICA, con i tanti inserti di CONTROPIANO, con quaderni,
libri, convegni, ecc. stiamo evidenziando come questo passaggio nei metodi
produttivi con il superamento di una dimensione nazionale non più funzionale
ai processi di accumulazione dell’economia capitalista internazionale
è soprattutto dettata dalla necessità di bloccare le conquiste
operaie e di classe e le lotte di liberazione dei popoli che negli anni ‘60
e ‘70 avevano mostrato tutta la forza e la capacità di trasformazione
radicale. La controffensiva del capitale è riuscita sicuramente a bloccare
la forte iniziativa di classe di quegli anni ma oggi ne ripropone le stesse
contraddizioni ad un livello più alto , globale, con movimenti sociali
di massa, lotte sindacali, iniziative di classe e di resistenza diffusa maggiormente
proprio in quelle aree dove più forte ed evidente è lo sfruttamento
capitalistico. La competizione globale evidenzia da una parte un capitale
imperiale internazionale che si finanziarizza, che si espande, che conquista
nuovi mercati attraverso le guerre imperiali che si moltiplicano sia a livello
militare, dove sono in gioco risorse strategiche come il petrolio, sia come
guerre economico-finanziarie e sociali ; e le aree periferiche e semiperiferiche
come l’America Latina costituiscono il laboratorio privilegiato della
natura più selvaggia del capitalismo.
Quando il discorso neoliberista si insedia nell’America indigena-indo-africana
si comprende immediatamente come i lavoratori salariati vadano a ricoprire
un ruolo diversificato nel processo di accumulazione rispetto a quello anche
di quei paesi sviluppati non appartenenti all’area di capitalismo maturo.
L’America Latina è ancora una terra coloniale cioè quella
terra a cui anche la stessa Europa guarda per le opportunità di mercato
che offre e mai per i chiari messaggi politico-sociali che invia. La dipendenza
dell’America Latina continua a rappresentare quel contesto in cui si
approfondisce il crescente controllo trasnazionale dei processi di accumulazione
nazionale, non solo attraverso la compressione dei diritti del lavoro e dei
diritti sociali ma soprattutto negando l’accesso alla proprietà
sociale dei beni comuni.
Non è casuale il viaggio dei primi giorni di marzo di Bush in America
Latina che ha lo scopo di imporre la volontà delle multinazionali sui
modelli di consumo ( la conquista delle risorse naturali per gli agrocombustibili
per il nord portando ancor di più la miseria per il sud) e di cercare
di svincolare l’impero statunitense dalla dipendenza petrolifera del
Venezuela dopo aver perso di fatto la partita in Iraq e in Eurasia. Ma i movimenti
di base e di classe dell’America Latina con grandi iniziative di massa
e esprimono con tuta la loro rabbia il “malvenuto all’imperialista
Bush! ”.
E’ così che le guerre economico-commerciali sono l’altra
faccia della stessa medaglia delle guerre guerreggiate volute dall’imperialismo
che si accompagnano al terrorismo di Stato e alla brutale repressione contro
tutti i movimenti di classe; non è un caso che ancora oggi l’imperialismo
spinga nell’applicare le ricette “consigliate” dal Fondo
Monetario Internazionale o a proporre trattati neocoloniali come l’ALCA.
Ma oltre ai movimenti sociali gli stessi governi rivoluzionari e progressisti
dell’America Latina si oppongono a tali politiche e trattati che vogliono
imporre ancora una volta lo scambio diseguale. E’ per questo che si
vanno rafforzando sempre più progetti alternativi come quello dell’ALBA
sottoscritto non solo da Cuba e Venezuela ma appoggiato ormai, a diversi livelli,
da quasi tutti i governi dell’America Latina; e ciò proprio perché,
al contrario dell’ALCA che persegue la liberalizzazione del commercio
e le più spietate privatizzazioni , l’ALBA invece mette al primo
posto la lotta contro la povertà e l’esclusione sociale. L’ALBA
esprime lo spirito prodotto dalle lotte dei movimenti e delle organizzazioni
di classe che rivendicano con forza la socializzazione dei beni comuni dimostrando
concretamente che “un’altra America è possibile”.
Infatti la costruzione reale dell’ipotesi del socialismo del XXI secolo
passa proprio attraverso quei vincoli della solidarietà internazionale
che Cuba e il governo rivoluzionario di Chavez realizzano con tutti i governi
democratici e progressisti dell’America Latina. Esempio fondamentale
non è soltanto il progetto dell’ALBA ma gli stessi trattati del
Petrosur , Petrocaribe, della Banca del Sur , di Telesur, insomma di tutti
quei progetti e percorsi che mettono al centro gli interessi dei popoli del
Sud America e quelle istanze di base che esprimono una forte caratterizzazione
antimperialista e di indipendenza dalle politiche di “strozzinaggio”
del Fondo Monetario Internazionale.
E’ evidente quindi che le risposte trovate dal capitalismo internazionale
alla sua crisi hanno rilanciato l’offensiva di classe di movimenti,
di sindacati, e anche di governi che firmano accordi e trattati che si oppongono
al neocolonialismo e all’imperialismo.
La ristrutturazione e la nuova divisione internazionale del lavoro e della
produzione imposta dalla globalizzazione neoliberista, o meglio dalla competizione
globale, riporta in campo il movimento internazionale dei lavoratori e i movimenti
della resistenza globale. E’ significativa in particolare la ripresa
dell’iniziativa di lotta da parte dei movimenti sociali e sindacali,
dai piqueteros e dai lavoratori che autogestiscono le fabbriche in Argentina,
al movimento Sem Terra in Brasile , all’esplosione sociale contadina,
operaia e indigena in Bolivia, in Ecuador e in Messico, alla resistenza popolare
in Colombia con al centro la tenuta e il rafforzamento dei processi rivoluzionari
a Cuba e in Venezuela. E’ proprio la sinistra di classe del Sud e Centro
America che sta realizzando le condizioni per le nuove forme di opposizione
politico-sociale a livello internazionale contro il neoliberismo e l’imperialismo.
Si tratta quindi di movimenti di classe, spesso spontanei, con non sempre
una guida organizzata sul piano politico , ma pur sempre interni alle dinamiche
di trasformazione radicale centrate sul conflitto capitale-lavoro e quindi
più caratterizzate in chiave socio-politica rispetto ai movimenti di
massa antiglobal e pacifisti.
Nel complesso i movimenti contro la guerra e il Social Forum, pur avendo avuto
un effetto estremamente positivo per la ripresa dell’iniziativa di massa,
hanno però avuto poco effetto pratico nel fermare la rapina neoliberista
verso il Terzo Mondo, nel fermare lo sviluppo delle privatizzazioni con i
loro effetti contro i lavoratori e intere popolazioni , nel far cessare le
guerre di aggressione imperialista. Si è trattato di grandi movimenti
di denuncia e di protesta che spesso hanno evidenziato la loro ciclicità
e spontaneismo senza riuscire a costruire movimenti di lotta forti capaci
di collegarsi con l’iniziativa di classe quotidiana del movimento internazionale
dei lavoratori.
In America Latina, invece come si è detto , sono emersi tipi di movimenti
sociali diversi basati sulla politica di classe , basati sulle lotte sociali,
economiche che impegnano la grande massa dei poveri delle metropoli, i contadini,
gli operai, gli impiegati pubblici, una piccola borghesia ormai in bancarotta,
le comunità indios senza terra , tutti comunque legati da una forte
caratterizzazione di un apolitica di classe.
I successi dei movimenti di azione diretta nel bloccare le privatizzazioni,
nel mettere in fuga molti regimi neoliberisti in America Latina, sono proprio
basati sul fatto di essere legati ai bisogni della gente, ai bisogni dei lavoratori,
contadini ed operai organizzati sul terreno del conflitto di classe. Le importanti
conquiste dei movimenti sociali e di classe in America Latina oltre alle sfide
politiche che hanno affrontato anche sul piano elettorale e istituzionale
dando un fondamentale contributo alla vittoria di fronti democratici, progressisti
e di sinistra oggi stanno tentando di porsi su un terreno più avanzato,
cioè sul piano dell’organizzazione e della rappresentanza politica
di classe, si tratta di un problema oggi centrale che i movimenti devono affrontare
per creare un nuovo soggetto politico rivoluzionario per la costruzione di
un partito politico di massa capace di formulare una strategia che porti i
lavoratori al governo e al controllo del potere statale.
Ma questo è un problema che la sinistra di classe ha anche in Italia,
in Europa. Se le configurazione di classe differiscono fra i paesi a capitalismo
maturo e le semiperiferie come quelle dell’America Latina e quindi le
corrispondenti strategie e strutture sindacali e politiche devono riflettere
tali specificità però il punto chiave e unificante rimane la
necessaria convergenza tra movimenti di lotta e questione dell’organizzazione
della rappresentanza politica di classe.
Una chiara difficoltà per comprendere le dinamiche dei movimenti e
delle organizzazioni di classe internazionali deriva sicuramente dal fatto
che le forze che si oppongono al capitalismo e all’imperialismo non
hanno più quella forma omogenea e determinata che avevano fino a qualche
decennio fa attraverso i partiti e le forze che hanno tenuto insieme i progetti
di emancipazione della classe lavoratrice, i progetti di liberazione nazionale
e i percorsi della costruzione del socialismo.
Ma tale difficoltà trova le sue più grandi responsabilità
anche nelle scelte consociative della sinistra occidentale che ha abbandonato
da tempo la pratica della solidarietà internazionalista nei confronti
di quei movimenti politici e sociali che nelle aree di conflitto continuano
a difende una prospettiva socialista e anticapitalista all’interno delle
lotte di liberazione nazionale o in quella di resistenza alle aggressioni
militari.
Il problema chiave, in teoria e in pratica, come spesso ci sottolinea James
Petras , è la questione dello Stato e più precisamente la questione
del potere statale . In alcuni casi i movimenti politici hanno rovesciato
regimi solo per vedere un passaggio di potere della democrazia borghese e
politici di professione corrotti che hanno continuato a seguire politiche
neoliberiste pro-imperialiste.
E’ chiaro che senza una guida e una soggettività politica organizzata
i movimenti di massa sono più forti nell’opporsi ai regimi che
nel passare dalla “protesta” alla conquista del potere statale.
Molte delle grandi lotte e anche delle grandi vittorie dei movimenti sociali
e dei sindacati sono state soffocate, represse , incanalate nelle compatibilità
della democrazia capitalista. Le rivolte di massa e le mobilitazioni di classe
senza una soggettività rivoluzionaria che si muove sul terreno strategico
della conquista del potere politico si ritrovano sempre allo stesso punto,
devono cominciare di nuovo e di solito si scontrano con un nemico ancora più
repressivo.
E’ così che si può comprendere perché le trasformazioni
che hanno avuto maggior successo in America Latina hanno avuto luogo a Cuba
e in Venezuela dove movimenti politici di base diretti da leaders rivoluzionari
hanno una strategia chiara per esercitare il potere politico, governando ad
esempio per la difesa dello Stato sociale , non con il semplice “no”
alle privatizzazioni ma con l’abbattimento alla proprietà privata
dei mezzi di produzione . Cuba e il Venezuela forniscono chiari esempi di
come prendere e difendere nel tempo il potere politico , con una netta configurazione
socialista. Ecco perché è strategico il nostro appoggio al rafforzamento
dell’asse portante rivoluzionario Cuba-Venezuela poiché esprimono
quella soggettività politica che avanza nella costruzione reale del
progetto del socialismo del XXI secolo.
Il Venezuela costruisce la propria identità del socialismo bolivariano
e dichiara guerra all’analfabetismo , porta medici nei quartieri poveri
, nazionalizza il petrolio ed ha un forte e coraggioso sostegno popolare con
la ormai forte caratterizzazione socialista della rivoluzione bolivariana
di Chavez.
E poi c’è Cuba, presenza piccola eppure così forte , tanto
da diventare ingombrante per chi la guarda dall’Europa , dal cosiddetto
“Primo Mondo”; è lì e da quasi cinquanta anni resiste
e tutte le enormi pressioni cui è sottoposta. Cuba non è più
tanto “isolata” e il blocco , le sanzioni, la propaganda antirivoluzionaria,
le informazioni taciute, gli attentati, i morti, il tanto danaro speso per
farla sparire sono stati inutili , perché è li e continua a
dire al resto dell’America Latina che un altro mondo è possibile
, esiste già, ed è socialista!
E l’idea independentista della grande nazione latinoamericana di Martì
e Bolivar assume la concretezza antimperialista e anticapitalista nel socialismo
del XXI secolo. Infatti i processi cubano e venezuelano sono passati da movimenti
di opposizione alla conquista e alla difesa del potere politico, e per questo
sono diventati il principale obiettivo dell’aggressione imperiale USA
per mezzo di colpi di Stato , attacchi terroristici e minacce continue di
invasione militare.
La scommessa sulla possibilità di far partire il percorso del socialismo
del XXI secolo in tutta l’America Latina si gioca proprio sull’asse
Cuba-Venezuela. E anche tale considerazione da parte nostra non è basata
su un sentimentalismo nostalgico rivoluzionario caro a tanta sinistra eurocentrica
che dice di appoggiare le rivoluzioni lontane da casa propria e poi accetta
le compatibilità del modernismo sviluppista, di un incompatibile e
inesistente capitalismo temperato a carattere sociale; o come chi, in una
falsa sinistra rivoluzionaria europea esalta romanticamente il combattente
guerrigliero Che Guevara e risultano essere poi tra i più grandi denigratori
del suo pensiero e della sua azione, contrapponendolo strumentalmente, con
menzogne a chi, come Fidel con duro lavoro politico e le scelte successive
del Partito Comunista Cubano, o quello dei comunisti sovietici che pur nelle
contraddizioni e negli errori, hanno realizzato concretamente un processo
socialista che ancora oggi rappresenta lo spettro che si aggira per l’Europa
e per il mondo.
Ma anche sul pensiero di Guevara, i diversi approcci alla transizione e alla
costruzione del socialismo stiamo lavorando per approfondire i problemi del
socialismo realizzato sempre però pensando al futuro.
Si devono, quindi, costruire idee e azioni conseguenti coerenti che scaturiscono
da processi reali, che valutano le possibilità di trasformazioni radicali
concretamente , senza dogmi , senza “santi in paradiso” da venerare,
guardano avanti ma sapendo ben guardare indietro.
Le possibilità di costruire movimenti di massa che si pongano nell’orizzonte
strategico del socialismo del XXI secolo significa valutare concretamente
la situazione reale , le forze in campo e le possibilità di incidere
radicalmente sui processi di trasformazione realizzando da subito riforme
strutturali per le conquiste sociali di diritti, di dignità del movimento
internazionale dei lavoratori.
Ecco perché il nostro riferimento prioritario è Cuba, la sua
rivoluzione, il suo governo , come lo è Chavez e la rivoluzione bolivariana
e non può esserlo invece Marcos e la “via Zapatista”. Ci
hanno espresso il loro dissenso verso Marcos durante il nostro viaggio in
Messico i compagni dei movimenti e dei sindacati di base che hanno diretto
grandi lotte in questi mesi. Come si sa il subcomadante Marcos ha chiesto
e ottenuto dai suoi l’astensione nelle ultime elezioni, non riconoscendo
alla coalizione del PRD (Partito Rivoluzionario Democratico) il ruolo di svolta
delle politiche messicane . Ma non è questo, o meglio non soltanto
questo, l’elemento di forte critica che i movimenti di classe messicani
rivolgono agli zapatisti ; il dibattito in corso è anche intorno al
problema di passare dai movimenti sociali e di azione diretta, dalle lotte
spesso spontanee , alla costruzione di organizzazioni politiche con un programma
definito , con un gruppo dirigente che abbia la capacità non solo di
condurre le lotte ma di saperle portare sulla prospettiva della costruzione
del socialismo.
Anche per i movimenti di classe messicani il governo cubano e i governo venezuelano
forniscono chiari esempi di come andare oltre la semplice denuncia e la protesta
contro il potere delle classi dominanti. I processi rivoluzionari cubano e
venezuelano pongono infatti in maniera chiara la questione della conquista
e del mantenimento del potere politico in chiave socialista, la questione
delle nazionalizzazioni dei beni strategici e comuni , della socializzazione
dei mezzi di produzione , in pratica la questione del controllo del potere
statale.
Ed ecco tornare il tema che ponevano i compagni in Messico, cioè di
come i movimenti sociali , i movimenti di classe si debbano dotare di quella
soggettività che si muova nella direzione della costruzione del socialismo,
mettendo da subito in atto programmi di riforme strutturali con significativi
contenuti tattici ma orientati nella strategia del superamento del modo di
produzione capitalistico.
Su questi temi la sinistra di classe europea deve chiamare ad una riflessione
attenta tutti i movimenti e la stessa sinistra cosiddetta radicale che continua,
nella migliore delle ipotesi, ad esprimere politiche eurocentriche ma sempre
più spesso senza un vero piano di riforme strutturali, continuando
a scegliere la strada del consociativismo nelle compatibilità di un
illusorio capitalismo “temperato”.
Un’alternativa mondiale di lotta deve essere un progetto che contenga
un significato popolare trasnazionale. Ma allo stesso tempo, senza un modello
socioeconomico accessibile proprio dei settori popolari, si corre il rischio
di giungere al governo per doversi poi limitare all’amministrazione
delle crisi del neoliberismo, con la conseguente perdita della legittimità.
Vedi ad esempio le giravolte di alcuni partiti della cosiddetta sinistra radicale
europea.
Ecco la centralità del dibattito e del percorso di lotta, di rappresentanza
e di organizzazione nel processo di costruzione del socialismo del XXI secolo.
Mettere in collegamento i lavoratori che si impoveriscono dei paesi a capitalismo
maturo con la nuova classe operaia della periferia produttiva come l’America
Latina, che non solo oggi viene supersfruttata con gli stessi apparati e metodi
fordisti usati nel passato ma che trova come controparte gli stessi poteri
finanziari, economici e addirittura politici, non è più solo
una giusta necessità e convinzione dei settori politici di avanguardia
ma una necessità concreta materiale della lotta stessa della classe
lavoratrice mondiale. In altre parole, si tratta di cercare l’imprescindibile
articolazione tra gli interessi immediati e un’azione strategica di
chiara impronta anticapitalista , che abbia come orizzonte un’organizzazione
sociale fondata su valori socialisti e di reale emancipazione. Il che riconferma
una volta di più l’importanza decisiva della creazione di nuove
forme di organizzazione internazionale e solidale tra lavoratori.
Le esperienze del sindacalismo di base, che sono nate nelle ultime decadi
soprattutto in Italia, ma anche in Spagna (Galizia, Catalogna), Paesi Baschi,
Francia, ecc. contro la moderazione delle centrali sindacali dominanti, così
come le esperienze dei movimenti dei lavoratori in America Latina e le tante
altre manifestazioni di autonomia di classe dei lavoratori nelle diverse parti
del mondo, sono esempi importanti di questa impellente necessità di
riconquistare le basi sociali dei lavoratori, e di rompere con il burocratismo,
l’istituzionalismo dei sindacati consociativi. E’ questo movimento
di classe globale che parte dalla dura lotta del popolo cubano contro il bloqueo
e contro il terrorismo imperialista che lo attanaglia da circa 50 anni, che
trova forza nella rivoluzione bolivariana socialista di Chavez , che porta
ad unità, ad esempio, le lotte dei lavoratori dell’America Latina
e del sindacalismo di base e di classe, in Italia e in Europa con la resistenza
del popolo palestinese. Una resistenza globale di classe che coinvolge sempre
più masse di cittadini una volta esclusi da tutto e proietta il popolo
direttamente al governo nella prospettiva del superamento del capitalismo
e nella costruzione del socialismo.
Il socialismo del XXI secolo va riempito di contenuti reali di classe . Questa
formulazione, apparentemente astratta, trova un contenuto concreto precisamente
all’interno della vita quotidiana e nell’intensificarsi delle
lotte sociali globalizzate. Ma è fondamentale che queste azioni abbiano,
nella loro natura più profonda, una direzione essenzialmente contraria
alla logica del capitale e del mercato. E’ questa la sfida dei sindacati
di classe e dei movimenti antagonisti sociali e politici in Brasile, in Ecuador,
in Argentina, in Italia , in America Latina, in Europa e in tante altre parti
del mondo, come unica alternativa per affrontare la barbarie del dominio del
capitale che oggi opprime e desocializza l’umanità che lavora.
A questo punto si capisce bene perché la battaglia per la liberazione
dei cinque prigionieri politici cubani in USA , come la campagna internazionale
contro il bloqueo , tutta la difesa della rivoluzione cubana, è in
effetti la stessa difesa della Palestina, dell’indipendenza dell’Iraq,
dei paesi e dei popoli aggrediti dall’imperialismo. Il sostegno ai movimenti
di autodeterminazione dei popoli deve cominciare ad interagire politicamente
e concretamente con i movimenti in Europa fuori dai particolarismi, dai protagonismi
personali e dal tatticismo partitico, con spirito unitario. La costruzione
vera della democrazia partecipativa socialista è una cosa seria; solo
l’unità nella lotta e la solidarietà internazionale concreta
politicamente paga e costruisce la ricomposizione di classe per l’alternativa
nel percorso del socialismo del XXI secolo.
La lotta per l’autodeterminazione del popolo iracheno ,afgano, libanese
e palestinese, il rafforzamento dei governi progressisti dell’America
Latina attraverso la tenuta e la crescita dell’asse rivoluzionario Cuba-Venezuela,
rappresentano nell’immediato la condizione fondamentale per la sconfitta,
o almeno l’arretramento del meccanismo della guerra preventiva e per
il rilancio su scala mondiale della lotta dei popoli contro l’imperialismo.
E’ a partire dalle lotte di indipendenza dei popoli, dalle lotte internazionali
dei lavoratori, da una resistenza globale con le lotte di massa diversificate
ma autodeterminate, che si costruisce concretamente un progetto globale di
socialismo del XXI secolo.
L’internazionalismo, e quindi la battaglia per il socialismo del XXI
secolo non può essere un vezzo di alcuni settori della sinistra radicale
ma deve diventare un patrimonio condiviso da tutti quei movimenti sociali
e politici di classe che mettono in discussione , dentro i confini a capitalismo
maturo, gli assetti di potere ed economici.
Questa battaglia “culturale” e politica di massa deve però
esprimere quella soggettività tutta politica di rappresentanza di classe,
capace di indirizzare i movimenti di massa, sociali e sindacali, sul terreno
anticapitalista, per la costruzione di percorsi reali capaci di diffondere
la convinzione che le sorti di chi si oppone alla mondializzazione capitalistica
tanto nelle metropoli quanto nelle periferie sono inscindibilmente legate.
Si tratta di un’unica battaglia da vincere insieme per mettere fine
alle cause di questo sempre più disumano sistema sociale capitalista,
nell’orizzonte della costruzione di un mondo diverso, di un mondo socialista.