Cosa significa oggi essere di sinistra?
(Prima parte)

Rebelión intervista in esclusiva Abel Prieto,
Ministro della Cultura di Cuba

3 giugno del 2003
Santiago Alba


Rebelión:
Iniziamo dalla questione più spinosa. Lo scorso mese d’aprile la condanna a morte di tre dirottatori e le elevate pene detentive imposte a “dissidenti cubani” accusati di agire agli ordini o a favore dell’Ufficio Affari degli USA a Cuba, è stata utilizzata – come era d’aspettarsi – per giustificare o aumentare le pressioni imperialiste sull’isola. Ciò nonostante, ha provocato allo stesso tempo un’autentica tempesta nel seno della sinistra mondiale. Saramago, Sergio Ramírez, Galeano, in modi e toni diversi, hanno ritirato pubblicamente il loro appoggio al governo cubano; Susan Sontag e García Márquez si sono scambiati dichiarazioni opposte; Noam Chomsky o Howard Zinn, tra gli altri intellettuali che hanno protestato anche per la persecuzione statunitense contro Cuba, hanno firmato un comunicato condannando le misure dei tribunali cubani. Persino Dieterich ha scritto un articolo molto irritato con quei suoi colleghi che si sono tirati indietro nel loro appoggio alla rivoluzione, nel quale si metteva in dubbio in qualche modo che a Cuba esista una vera democrazia partecipata”. I lettori di Rebelión hanno potuto leggere quasi un centinaio di testi nell’ambito di una polemica a volte molto astiosa; hanno potuto leggere anche le spiegazioni del compagno Fidel Castro. Ma questa purtroppo è una questione non ancora appianata. A parte le considerazioni giuridiche o morali, il governo cubano aveva valutato in anticipo le conseguenze di questa divisione nelle file di una sinistra antimperialista più unita che mai di fronte al patto egemonico degli USA? Attrarre in questo momento gli sguardi su Cuba vittima di un piano aggressivo simile a quello dell’Iraq, era un male minore completamente necessario? Ci sarà stato qualche angolo dal quale considerare questa polemica persino vantaggiosa o positiva? In ogni caso, in quale misura Lei crede che s’indebolirà l’appoggio a Cuba in una delle congiunture oggettivamente più difficili degli ultimi 44 anni?


Abel Prieto:
Ritengo sia molto importante non fare generalizzazioni nel valutare la discussione scatenata sui mezzi di comunicazione di sinistra riguardo Cuba. Ci sono molte sfumature da riconoscere e non dobbiamo nemmeno essere precipitosi. Con un po’ di tempo, coloro che da posizioni oneste non hanno compreso le misure prese da Cuba vedranno le cose più chiaramente e molti (sono sicuro) correggeranno, in silenzio o pubblicamente. Sarà sempre più evidente per la gente onesta, di sinistra e non, di qualsiasi orientamento politico, che questo piccolo paese sta attraversando la congiuntura più pericolosa della sua storia e si è visto obbligato a difendersi con misure dure ma strettamente legali, dinanzi alla minaccia reale di un’aggressione della maggiore potenza imperialista di tutti i tempi, con un potere distruttivo mostruoso e totalmente spudorato nella sua pretesa neofascista di dominare il mondo. Il prezzo in termini di opinione pubblica era ovviamente di gran lunga minore a quello che avremmo dovuto pagare se i piani dell’asse Miami-Washington (un vero “asse del Male”) si fossero realizzati. Bisogna tenere in conto, inoltre, che questa “tempesta” dentro la sinistra è stata spinta intenzionalmente dalla destra e da tutti i mezzi al loro servizio: nel caso della Spagna, sono stati ovvi i propositi elettorali interni, volendo indebolire moralmente coloro che sia erano mobilitati contro la guerra e contro il triste ruolo del governo spagnolo. Hanno perseguitato molta gente e sono giunti a porla davanti a un supposto dilemma etico, totalmente assurdo: se sei così attivo contro la guerra, come mai non ti pronunci contro il governo cubano? E improvvisamente si è reso necessario pronunciarsi a tutta velocità contro Cuba per continuare ad avere qualcosa come la “legittimità” nel dibattito. Un amico del Messico ci diceva che tutto questo gli ricordava quella barzelletta in cui la maestra chiede a Jaimito di rispondere molto rapidamente, molto-molto rapidamente, quanto fa due più due e lui risponde immediatamente cinque. La maestra si meraviglia per un errore così grossolano e lo corregge. Allora conclude Jaimito: “Lei mi ha chiesto rapidità non precisione”.

La campagna di propaganda anticubana ha funzionato oltretutto come un meccanismo a orologeria: si è dedicata a ripetere un messaggio centrale (Cuba associata alla violazione dei “diritti umani”, alla repressione di “oppositori pacifici”, all’odiosa pena di morte; Cuba sola, isolata, abbandonata dai suoi amici di sempre, dalla gente di sinistra, ecc.) e partendo da ciò tutto quello che rinforzava il messaggio centrale era magnificato e diffuso fino al delirio; al contrario, quanto potesse costituire qualche discordanza sullo stesso, era diminuito, attenuato o semplicemente messo sotto silenzio. Se un intellettuale con tradizione di sinistra faceva un qualche commento critico contro Cuba, le sue parole facevano il giro del mondo sui titoli dei giornali e trovavano spazio persino sulla stampa più reazionaria, proprio dove non lo avevano mai preso in considerazione. Invece se si levava una voce a favore di Cuba, non trovava eco sui mezzi di comunicazione. Figure come Rigoberta Menchú, Mario Benedetti, Oscar Niemeyer, Augusto Roa Bastos e Ernesto Cardenal, tra gli altri, si sono pronunciati, nel momento più gelido della campagna, a favore di Cuba e le loro dichiarazioni sono state vergognosamente censurate o, nel migliore dei casi, riportate in modo parziale e pallido. Solo su giornali come la Jornada e in alcuni mezzi alternativi come Rebelión hanno trovato posto opinioni discordanti. Susan Sontag ha raggiunto l’apice della popolarità quando ha convocato García Márquez affinché parlasse su Cuba, e definisse la sua posizione. Mai era stato dato spazio sui mezzi di comunicazione ad attacchi così grossolani come quelli fatti contro il romanziere colombiano in seguito alla sua dichiarazione di principi che è stata d’altra parte utile a rivelare l’essenza manipolatrice della campagna. Insulti, censura, silenzio, questo era il prezzo immediato di chi appoggiava il nostro piccolo paese assediato dall’Impero; applausi e luci, molte luci e persino qualche premio troppo opportuno, per coloro che si univano alla campagna. Il modo indiretto, timido in cui la stampa ha rispecchiato (quando lo ha fatto) l’impressionante “Richiamo alla coscienza del mondo”, promosso da un gruppo d’intellettuali messicano, appoggiato da quattro Premi Nobel e da nomi imprescindibili del mondo intellettuale latino-americano e mondiale che ha ricevuto in pochi giorni l’adesione di decine, e in seguito di centinaia, di firme note (che oggi ammontano a quattro mila), è un esempio della sfacciataggine dei mezzi di diffusione nella loro mancanza di attaccamento alla realtà e nel loro disconoscere ogni forma di pluralità. E’ chiaro, questo documento costituisce una smentita inequivocabile a una delle tesi del messaggio centrale della campagna: il presunto isolamento di Cuba. Questa macchina propagandistica non solo ha occultato e manipolato i nostri argomenti; non solo ha alterato i fatti ma ha anche detto e ripetuto senza pudore menzogne flagranti, come quella secondo la quale Cuba aveva usato la pena capitale contro “dissidenti” o contro cittadini “che volevano fuggire dal paese”, senza dare spazio a nessuna smentita in nome della verità che evidentemente è qualcosa che interessa sempre meno.

Questa polemica ha lasciato qualcosa di vantaggioso e positivo? In qualche modo ritengo di sì; primo la trama della campagna anticubana è stata messa a nudo nel dibattito, in tutto il suo splendore, per colui che vuole vederlo; secondo, sono emersi nuovi argomenti molto solidi in difesa di Cuba e del suo significato per la sinistra mondiale; terzo, la polemica ha arricchito moltissimo le riflessioni, oggi così necessarie, sul ruolo degli intellettuali dinanzi alla crescita neofascista; quarto, nonostante la censura mediatica, abbiamo scoperto nuove voci, nuovi amici molto lucidi ed è cresciuta la solidarietà di coloro che non si lasciano ingannare dalle campagne. Tra questi esempi c’è quell’incredibile e magica manifestazione a Buenos Aires, lo scorso 26 maggio, in una notte molto fredda, dove decine di migliaia di persone hanno ascoltato Fidel durante più di due ore. In America Latina, almeno, le menzogne su Cuba fanno male solo in determinati mezzi e circuiti: le masse popolari non si lasciano ingannare.

Bisogna ricordare, d’altra parte, quello che queste masse sanno, per intuizione o per istinto: i cubani non stanno difendendo un’astrazione né una teoria né una cavia da laboratorio. Qui hanno lavorato varie generazioni per elevare un’opera di giustizia e democrazia che in questo mondo vile è veramente una delle poche cause degne di essere difese da qualcuno che si senta di sinistra. D’altra parte c’è quella domanda che in qualche momento bisognerebbe farsi: cosa significa oggi essere di sinistra? Una risposta potrebbe essere: quella persona che mantiene il suo senso critico dinanzi a questa fabbrica manipolatrice di coscienze, che pensa che “un altro mondo è possibile” e lotta in ogni modo a questo scopo. In tal caso questa persona afferrata all’utopia nel mezzo del deserto dovrebbe avvicinarsi e dare un’occhiata rispettosa “all’altro mondo” che è sì imperfetto, ma sicuramente è “altro”, che abbiamo costruito a Cuba, che è nato dalla nostra stessa storia e non è un “modello da esportare” e non ha la pretesa di diventarlo. A parte ciò, penso che una persona di sinistra dovrebbe essere capace di intuire quello che ora è in gioco, più che il destino di Cuba e dei cubani, è il destino di tutta l’umanità. Deve essere una priorità di tutta la sinistra degna di questo nome contribuire alla creazione di un fronte antifascista mondiale.

Rebelión:
Chomsky ha affermato molte volte che Cuba “è stata vittima di più terrorismo e più a lungo di qualsiasi altro paese al mondo”. Coloro che appoggiano la rivoluzione, che conoscono l’embargo economico, il sabotaggio permanente, le crisi migratorie indotte, gli attentati sventati o consumati, le cospirazioni dentro e fuori dell’isola, la propaganda asfissiante; insomma coloro che conoscono tutti gli strumenti di cui si serve l’unica superpotenza del pianeta, a 90 miglia dalle sue coste, per rimettere Cuba nel recinto delle nazioni sottosviluppate, dipendenti e saccheggiate del pianeta. Ciò nonostante, lasciatemi un po’ fare l’avvocato del diavolo. L’idea che una situazione eccezionale autorizzerebbe misura eccezionali riproduce in qualche modo la logica del nemico che –lo sappiamo e lo denunciamo - viola diritti umani e civili, invade paesi sovrani e calpesta accordi internazionali invocando proprio la “guerra contro il terrorismo”. Quando si scontrano due logiche di questo tipo lo fanno senza dubbio nel quadro di una “guerra”, di una differenza profonda e radicale, che può essere inter-imperialista (come durante la seconda mondiale) o illuminare una contraddizione insanabile tra due visioni del mondo (come avviene, a mio giudizio, a Cuba). Io sono convinto che dalla parte degli Stati Uniti si trova la maggiore forza e la maggiore ingiustizia; dalla parte di Cuba si trova la maggiore dignità e la maggiore giustizia.

Ma su un simile convincimento si costruiscono anche i campi di concentramento e si giustificano i bombardamenti di civili se questo convincimento non è accompagnato da una maggiore libertà e un migliore diritto. Cuba è in guerra, siamo d’accordo, e questa constatazione realista e rassegnata mi sembra più utile, al momento di difendere la rivoluzione, dell’illusione che lì abbiamo già un modello vivo – e non virtuale – di democrazie partecipata e libertà paradisiache. In un mondo in cui lo “stato di eccezionalità” è la norma – in Spagna si sono appena celebrate delle elezioni proprie di una democrazia “tutelata”, come quella che viene reclamata per l’Iraq -, Cuba gode di enormi vantaggi comparativi in termini sociali, sanitari ed educativi in contrasto con tutti gli altri paesi della regione (e quasi di qualsiasi regione). Però è in guerra e non può permettersi di mettere nelle mani dei suoi nemici la libertà di distruggerla. Questo è anche il discorso di Bush o Aznar e la differenza tra gli uni e gli altri, risiede fuori della libertà e del diritto, il che è sempre pericoloso. Le mie domande sono: c’è a Cuba abbastanza diritto e abbastanza libertà come può permettersi una nazione sotto embargo, minacciata e permanentemente destabilizzata dall’esterno? Qual è la funzione di un ministro della Cultura in un paese socialista in guerra contro l’imperialismo?

Abel Prieto:
A Cuba abbiamo applicato in totale trasparenza le nostre leggi contro reati debitamente provati. A Cuba non c’è mai stato terrorismo di stato, come avviene negli Stati Uniti e nei suoi stati satelliti e alleati, compresi alcuni del primo mondo, né esecuzioni extragiudiziali, né desaparecidos, né torturati , né nessun altro dei crimini inqualificabili che derivano dalla “logica” dell’Impero. Non si applica nemmeno la pena capitale in modo selettivo contro neri, latini e poveri. Quelle che si scontrano qui non sono due “logiche” perverse, simili, dove il fine giustifica i mezzi: vi è da una parte il genocidio e il saccheggio contro popoli interi, la più brutale violazione della legalità internazionale e di tutti i principi di convivenza tra nazioni e dall’altra il diritto di un piccolo paese a difendersi in maniera legale e pulita. Cuba è in guerra, è vero, ma nemmeno nelle peggiori circostanze ricorrerebbe al crimine. C’è un fondamento etico, di radice riconducibile a Martí, in tutta la storia della Rivoluzione cubana, in tutte e ciascuna delle azioni, che separa radicalmente la nostra “logica” da quella dei nostri nemici, che è stata costruita sul cinismo e sulla totale carenza di valori morali. L’etica e i principi non sono di moda con i tempi che corrono, ma formano il midollo del nostro patrimonio vivo e attivo. Capire ciò è essenziale per capire Cuba.

Per quanto riguarda le mie funzioni come Ministro della Cultura, nel mio paese e in queste circostanze non hanno niente a che vedere con quelle di un amministratore di quote di “libertà permissibile in tempo di guerra”. Credo che la cultura tra noi sia una buona espressione dello spazio di libertà, partecipazione e scambio di idee che sono alla base dell’originale democrazia cubana. Come ministro devo sottoporre sistematicamente all’approvazione degli artisti e degli scrittori la politica culturale che stiamo applicando: questa politica è discussa, rivista e perfezionata in continui dibattiti in cui partecipa la gente dotata di più talento del paese. Quelli che decidono cosa pubblicare negli editoriali e nelle riviste sono i consigli formati dai nostri scrittori. E’ così, e non c’è nessun commissario politico che lo controlla. Questa forma dei consigli artistici si applica al cinema, al teatro, alla danza, alla musica, in tutte le loro manifestazioni. I nostri artisti sono i protagonisti della vita delle istituzioni culturali. Ci sono mille problemi, gravissimi limiti di risorse e di burocrazia; ma ciò che ha garantito la qualità e la varietà dell’arte e della letteratura a Cuba è stata quella partecipazione determinante dell’avanguardia artistica nelle decisioni. Ma c’è di più: gli intellettuali non si riuniscono solamente per discutere sulla politica culturale. Nei congressi dell’Unione di Scrittori e Artisti si sono discussi, con Fidel e la dirigenza del paese, problemi molto complessi e profondi, dall’erosione che può fare il turismo dell’identità nazionale fino a fenomeni associati alla marginalità e alla sopravvivenza tra noi di forme di discriminazione razziale. A Cuba l’influenza sociale degli intellettuali e degli artisti è decisamente notevole e ha a che fare con queste peculiarissime forme, cubanissime, di partecipazione politica e con l’impatto massivo della sua stessa opera che spesso affronta criticamente, senza alcun tipo di trucco, le lacerazioni e i conflitti della nostra società. Tra noi non ha prosperato quella aberrazione chiamata “realismo socialista” e si è fondata, non senza contraddizioni, una politica culturale genuinamente cubana dove è presente l’eresia come componente imprescindibile, fecondante, nella vita della cultura. Ho detto più di una volta che non c’è peggiore censore del mercato, che ha un effetto mutilante molto più terribile di quello esercitato a suo tempo dai censori di Stalin. Negli Stati Uniti, per esempio, il mercato ha annullato quel movimento della cosiddetta “canzone di protesta” degli anni sessanta, così come ha via via annullato molte altre manifestazioni della controcultura, e più recentemente ha tentato di strappare al rap il suo profondo e autentico significato, di ribellione, per contaminarlo con la frivolezza e renderlo inoffensivo. E’ incredibile l’effetto del mercato sull’evoluzione dell’opera di artisti di talento che hanno avuto cose da dire: in che modo sta liquidando la sperimentazione, la ricerca e limando gli spigoli critici e trasformando ciò che era veramente creatore e profondo in qualcosa di digeribile per il sistema. Un giorno bisognerebbe analizzare l’influsso sotterraneo di fondo di questi meccanismi di censura nell’ambito della sinistra intellettuale e artistica. Questo senza contare che proprio negli Stati Uniti le intelligenze più lucide sono escluse da grandi media e ridotte a circuiti minoritari, a ghetti, mentre viene promossa, durante le ventiquattro ore del giorno, su scala di massa, mediocrità, stupidità e tutto il resto che già conosciamo.

Rebelión:
In polemiche di questo tipo sembrano scontrarsi sempre due linee di argomenti: quella di coloro che difendono principi astratti molto apprezzabili al di sopra di qualsiasi altra considerazione e quella di coloro che sospenderebbero la validità di questi principi mediante l’introduzione di dati storici, sociali strategici molto concreti. Il problema è che, se ben guardati, anche i dati sono molto astratti; sono fino a tal punto inesauribili, infinitamente indivisibili – come nel paradosso eleatico – che sempre se ne potrebbe aggiungere uno che alteri o inverta tutto il ragionamento; quando si tratta di giustificare un’esecuzione i dati presuppongono inoltre un’inerzia determinista, l’idea che il futuro può essere predetto e gestito senza margine d’errore: la argomentazione, per esempio, che “se i tre dirottatori non fossero stati condannati a morte ne sarebbe derivata una crisi migratoria come preambolo di una invasione”.

Anche questo significa muoversi nell’ambito dell’astratto, il che senza dubbio è inevitabile quando si tratta di tracciare una strategia di sopravvivenza dinanzi a un’ aggressione ininterrotta e brutale. Credo che tutti condividiamo gli stessi prioncipi e molti siamo disposti a opporci alla pena di morte in linea di principio e appoggiare Cuba per realismo. Ma quanti dati bisogna tenere in conto in questo caso, fin dove dobbiamo sapere, cosa dobbiamo conoscere per spiegare la necessità di queste misure? E perché Cuba, a suo avviso, non può permettersi di abolire la pena di morte dal suo codice penale?

Abel Prieto:
Ti propongo di sommare ancora una volta i seguenti elementi: (1) incitamento sistematico e quotidiano all’emigrazione illegale, attraverso la radio sovversiva e con una legge che, con propositi destabilizzanti e pubblicitari, promuove il traffico di persone e ogni tipo di avventure e morti; (2) restrizioni dell’emigrazione legale che sono andate aumentando negli ultimi mesi (stavano rilasciando solo un numero irrisorio di visti, sempre molto selettivi); (3) insolita concessione della libertà su cauzione a Miami per dirottatori armati che sono arrivati lì il giorno stesso dell’inizio della guerra contro l’Iraq e usando il modus operandi di coloro che hanno agito il nefasto 11 settembre; (4) avvertimenti ufficiali a Cuba da parte del governo degli Stati Uniti riguardo il fatto che considererà i dirottamenti di aerei e barche “una minaccia alla sicurezza nazionale”; (5) moltiplicazione dei tentativi di dirottamento, sempre più avventati (sono stati intercettati 30 piani diversi) da parte di persone con precedenti penali che hanno ricevuta in modo molto chiaro il segnale emesso da Miami e sanno che mai otterranno un visto legalmente. Se si fa una semplice somma di tutti questi elementi è facile arrivare alla conclusione che eravamo in presenza di una vera e propria trappola per provocare un conflitto e bisognava prendere misure drastiche per arrestare ciò che si preannunciava come un’ondata. Non siamo a Cuba dinanzi un enigma filosofico bensì dinanzi la necessità e il dovere di difendere la vita di undici milioni di cubani e l’opera di quaranta anni di Rivoluzione. In quanto alla pena di morte, la detestiamo e abbiamo evitato di applicarla per anni e sono sicuro che un giorno l’aboliremo. Tutto quello che abbiamo fatto a Cuba sin dal 1959 fino a oggi è stato a favore e per la vita.